Recensione alla vita di strada raccontata da Antonio Meola nel libro “La fine della notte”

di Cloe
Antonio Meola

  Recensione alla vita di strada raccontata da Antonio Meola

 

Autore: Antonio Meola

Titolo: La fine della notte

Pubblicazione: 2021

Genere: Romanzo sociale

 

 

DICONO DEL LIBRO

È una storia bella e reale, toccante

Una vicenda drammatica che lascia un qualcosa su cui riflettere

Letto tutto d’un fiato. Romanzo giovane e ricco di attualità, molto descrittivo e a tratti intenso

 

DICO DEL LIBRO

In un’altra vita sarebbe stato Philip Marlowe. Mascella squadrata, con le palle, determinato.

Antonio Meola somiglia molto al detective nato dalla penna di mister noir Raymond Chandler.    Un cavaliere senza macchia all’esordio, in una società strutturalmente marcia che lui osserva, probabilmente con dolore, aspirando a una giustizia portatrice di un piccolo ma significativo riscatto. Questo sogno dell’autore è diventato un romanzo.

Dietro “La fine della notte” ci sono solo i 22 anni di un giovane ragazzo di Eboli che scrive da uomo. Non solo, i suoi mobili scricchiolano per il peso dei romanzi di Celine, del Maestro Borges, di Dante che l’autore giudica meno immediato ma eterno e dentro già sente il bisogno di provare quell’emozione di scegliere tra gli scaffali delle librerie in centro, quei pochi prescelti destinati a far parte della sua collezione privata. L’unica cosa che somiglia ai suoi anni è la timidezza che esprime nelle interviste: non interrompe l’interlocutore, non si dilunga, gesticola poco. Già, però questa è educazione e forse non è neanche poi così timido. Un po’ meno educato il suo romanzo (qualcuno molto vicino a lui ha detto) e lo scrivo mentre sorrido perché c’è il motivo più dolce del mondo dietro: una madre che conserva un meraviglioso senso del pudore ed è stata la prima Critica letteraria imparziale al suo lavoro. Non adesso però: togliamoci prima la parte che più odio che è quella delle trame, dei ‘non posso dire di più’, dei ‘il finale vi sorprenderà’, poi torniamo alla verità e ai dietro quinte.

Ebbene.

Massimiliano Casadei sogna da sempre di poter vivere facendo lo scrittore, ma nella realtà è un senzatetto fino a quando, per caso, incontra la donna che leggendo i suoi racconti, gli darà la possibilità di una rivincita. Si ritroverà a vagabondare di paese in paese nel mantovano, dove stringerà amicizia con altri tre senzatetto come lui. I quattro riusciranno a sopravvivere solo grazie alla generosità della gente e al volontariato. Le loro giornate trascorrono tra l’elemosina di giorno, e il dormire in strada di notte. Ma scopriranno, loro malgrado, che non tutte le persone sono brave. Il loro passato è un problema: per alcuni di loro, anche il presente. Le vite dei quattro sono collegate da un unico filo. Il filo, ad un certo punto, si spezza. La vita non è generosa e a loro concede una sola possibilità. Alcuni perderanno l’ultima chance di vedere la fine della notte.

Non mi sono lasciata ingannare dal sospetto di una trama semplice, anzi, ho pensato di proseguire per vedere se la vicenda fosse riuscita in qualche modo a sorprendermi. Ce l’ha fatta? No, non ce l’ha fatta. Ma la bravura di Meola sta proprio qui: nessuna sorpresa, nessun drago che spunta fuori, però accade una roba molto più forte. Lui ti prende per le orecchie di peso, che tu lo voglia o meno, e ti lancia all’improvviso in quei vicoli dai quali spesso ti allontani per andare dall’altro lato, sul marciapiedi comfort-zone dove non ci sono cartoni, fame, piattini e cartelli, ma tacchi che affondano sull’asfalto rovente di lussuria. Ti butta tra i senzatetto (si dice così?) e ti lascia lì con loro e tra loro per un po’, per il tempo necessario a farti ricordare che spesso corriamo dietro a bisogni che non sono reali, mentre una parte della società resta immobile nel suo dolore concentrata sul vero bisogno di mangiare e sopravvivere.  Meola di suo pugno scrive “I nostri letti erano i cartoni e le nostre coperte erano quelle in cui le famiglie si avvolgono davanti la televisione. Per noi erano già sufficienti per non morire”. Un parallelismo non da poco che poco consideriamo nella fretta dei giorni nostri. Sparo alto: ci fa venire in mente Primo Levi e quella dignità degli esseri umani messi al muro dell’indifferenza altrui a cui forse ci capita di pensare raramente la notte, a luci spente, colonna sonora di C’era una volta il West, ad occhi chiusi, fino alla fine della notte.

Raccontare la vita in un libro è un fatto complicato, perché gli elementi narrativi a disposizione non sono infiniti, ma ogni singolo giorno di un senzatetto lo è: infinito. In 249 pagine ci sono le esperienze a 360 gradi di persone che, da comode scrivanie e morbidi letti, sono finite su cigli di strade e cuscini di scalini a inventare prima il giorno e la notte poi. O viceversa.

Nessuna pena però attenzione, non verso tutti: in alcuni casi questa condizione si sceglie per non sottostare quotidianamente agli obblighi che la società richiede.

La strada come rifugio per non prendersi la responsabilità di una vita che rifiutiamo quando non realizza i nostri sogni, la strada come unica opzione possibile. In entrambi i casi, la disperazione.

E Massi (fidatevi che a lui vi affezionerete parecchio) lo conosce bene il prezzo amaro di una dolce scelta che lo ha portato a somigliare ad un vecchio eroe romantico ottocentesco finito in miseria che ha preferito annullare sé stesso per seguire un sogno. Che poi che questo sogno abbia a che fare con la scrittura non è casuale lo sai bene Antonio, vero? Ora mi rivolgo a te.

Tu questo sogno lo stai realizzando, hai creduto nell’arte ed essa crede in te. Ho capito tra le righe che il lato oscuro è quello che mostri per primo e con esso tendi a non ostentare la tua cultura che possiedi seppur così giovane e la tieni in un angolo buio, lontana da riflettori e webcam, come quelle cose che non si vedono ma ci sono e che bisogna scavare nel profondo per raggiungerle. Il tuo stile ti somiglia: linguaggio semplice e scarno e quella fottuta ossessione per la realtà e la verità di cui solo chi è attento osservatore può soffrirne. Conosco personalmente la smania di raccontare la realtà, la sapeva bene anche Dostoevskij, ci accumuna il bisogno di indagare sull’animo umano come fosse una vera urgenza cui è impossibile non rispondere.

E si finisce a scrivere e a scriverne.

Niente male come esordio in quello che è stato definito un romanzo sociale di strada. Ma non è forse un poco riduttivo? La fine della notte non è soltanto il tuo romanzo: è tuo perché ne hai scritto la storia, però è anche nostro, perché continuiamo a riviverne le esperienze dopo aver chiuso l’ultima pagina. Allora grazie.

Questo libro lo considero solo un piccolo assaggio e se la musa ispiratrice gli parlerà ancora scommetto che sentiremo ancora parlare di Antonio Meola e dei suoi personaggi che tanto gli somigliano, tutti quanti, come quella storia che che Flaubert è anche un po’ Madame Bovary.

Aspettate, all’inizio vi avevo promesso un dietro le quinte molto tenero, e sia. Il giorno della pubblicazione Antonio era insicuro, nervoso, come quando ci si prepara a parlare da un pulpito a un pubblico numeroso di persone che non si conoscono. I complimenti però sono arrivati subito e i suoi respiri sono diventati più regolari. È arrivato anche un elogio che non si sarebbe mai aspettato: quello di sua madre, il generale che tiene in piedi la casa e che per la sua schiettezza sa come mettere qualcuno allo specchio e dire cosa va e cosa no.

È un’amica sincera e una lettrice critica. Essere suo figlio è stato il mio primo apprendistato“.

 

Certi panni meravigliosamente sporchi sono una figata.

 

Cloe Marcian

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Antonio Meola

Antonio Meola

L’AUTORE

Antonio Meola (Asola, Mantova, 1999) nasce a gennaio, nel freddo inverno del nord Italia, dove nebbia e pioggia sono all’ordine del giorno. Ottiene un diploma in tecnologie informatiche, ma segretamente coltiva la passione della lettura e della scrittura, nata con le serie tv poliziesche americane e sbocciata con i racconti del terrore di Lovecraft e i thriller di Stephen King. In quel che scrive, è palpabile l’atmosfera dei paesi mantovani, caratterizzata da nebbie persistenti in inverno e caldo umido in estate.

 

 

 

 

 

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Antonio Meola

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“La fine della notte” è stato recensito da Cloe Marcian

www.cloemarcian.com

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