Massimo Zurlo nel suo libro d’esordio ci ricorda il valore del tempo. La recensione

di Cloe
Massimo Zurlo

 

IL TEMPO: una goccia di presente immersa nel passato

 

Massimo Zurlo nel suo libro d’esordio ci ricorda il valore del tempo.

La recensione

 

 

  • Autore: Massimo Zurlo
  • Titolo: IL TEMPO: una goccia di presente immersa nel passato
  • Pubblicazione: 30 agosto 2019

 

“Quella che stava per iniziare non era una giornata come tutte le altre, ma una di quelle che rimangono nei ricordi”

 

Converrete con me che in questo nostro Bel Paese ne succedono ultimamente di stranezze, inattese, quasi impossibili. Io stesso, effettivamente, mai avrei neppure pensato di riuscire a scrivere qualcosa… Ma forse, in realtà, ho solo provato a farlo. No, non sono parole mie queste: le ho ‘rubate’ ad una confessione di Massimo Zurlo di un anno fa. Prima di approcciare ad un nuovo libro mi piace andare sempre a capire come nascono le pagine e da quale penna arrivano. Ho subito capito di essere difronte a una penna umile e giovane, del resto la prima frase che l’autore ha accostato al suo lavoro è stata “L’ho fatto per il puro piacere di scrivere”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ecco, mi ha un po’ disarmata questa dichiarazione, perché raramente mi capita di trovarmi dinnanzi all’insicurezza, alla non pretesa, quando si parla di autori emergenti spesso intrisi di ego e adrenalina. Ammetto che lo stesso ego appartenga sovente anche a chi sta da quest’altra parte, sulla sponda del lettore, che si avvicina all’esordiente (ancora di più alle autopubblicazioni) con lo spirito critico già inserito in quarta. Ebbene, ho attivato la retromarcia e ricambiando con la stessa modestia ho iniziato la lettura.

Le prime parole che appaiono sono già tanta roba: l’autore dedica il suo lavoro a sé stesso e a un bel po’ di cose, ma non posso dire di più. Posso però anticipare che è un testo che si fa leggere in brevissimo tempo. Mi ricorda quella sensazione di quando cucino per ore ed ore il ragù e poi i miei ospiti ci mettono cinque minuti per finire il piatto.

Che ne sanno loro della spesa, dell’impresa, dell’odore che mi ha accompagnato per tutto il giorno, dell’amore che c’è dentro il sugo; tutto risolto in cinque velocissimi minuti conditi dai i vari “ottimo” o “forse troppo salato” o “io ci avrei messo anche della noce moscata”. Massimo Zurlo ci ha impiegato undici lunghe notti per arrivare a mettere il punto al suo libro che ora è di tutti; lo possiamo assaggiare e criticare, ma solo lui conosce il percorso interiore che ha vissuto prima di portarlo sulla tavola letteraria pubblica.

 

Ho avuto pochi scambi formali con l’autore prima di stendere questo articolo e ho riscontrato molta riservatezza e un rispetto ‘antico’ nell’accezione più positiva del termine (non dirò che si è persino scusato per avermi dato del ‘tu’ senza chiedermi il permesso) e credo che la scrittura sia per lui la maniera più alta per tirare fuori le emozioni che traspaiono tutte nel romanzo, senza riserva alcuna. Mi sono chiesta quanto della sua esperienza personale ci sia in Gianni, il protagonista.

Un uomo quasi sicuramente oltre la metà del cammino, barba lunga e trasandata, come pure i capelli che erano arricchiti da un evidente effetto brizzolato e ormai diradati 

Lo stesso rispetto dell’autore l’ho ritrovato identico in Gianni, che nonostante gli errori passati raccontati e quelli che compie nel presente, non esita mai ad assumersi le proprie responsabilità e a rivelare anche le più scomode verità (e a pagare amaramente per quelle taciute).

Ci conosciamo entrambi troppo bene dopo tutti questi anni. Non abbiamo solo fatto sesso quando ci andava  di  farlo…  Ma la vita ci ha portati da tempo ad essere freddi fuori, restando comunque caldi dentro. Con affettuoso rispetto ti dico: non aspettarmi! Parto per non tornare

 

E’ così che saluta la donna che non ama e lucidamente non illude, per andare a regolare i conti della sua vita avendo come obiettivo l’amore, quello vero. Inizia finalmente il suo viaggio tra i luoghi della Val di Fassa e scorci che, a mio dire, non devono essere estranei all’autore, che con grande cura li dipinge, li ricorda, li vive senza distacco. Le descrizioni naturalistiche sono frequenti e la strada di curve e tornanti diventa metaforicamente la vita.

E’ così che dalla mia comoda poltrona rassicurante ho intravisto il Gruppo del Sella e più a sud la maestosità della Regina: la Marmolada, con le sue nevi luccicanti al sole. I fantastici scenari che ho immaginato e la pace trasmessa, hanno sempre fatto da contrasto al sentimento della nostalgia e della claustrofobia interiore dei personaggi di cui Zurlo tira i fili sapientemente nonostante sia all’esordio.

 

«Cosa stai fissando?» chiese lei.

«Il passato»

 

Sono restata su questa frase imbambolata per qualche minuto prima di proseguire. Non le ho trovate semplici parole di scena messe bene insieme, piuttosto sono diventate la risposta di quei personali silenzi esistenziali che portano a fissare il vuoto apparente che invece inconsciamente rappresenta il passato e quei pensieri nella mente che sembrano nuovi, in realtà sono solo stati custoditi per anni nei cassetti della memoria.

Al coraggio di andare a prendersi ciò che sappiamo ci potrebbe rendere felici,: a questo ho pensato. E ho pensato pure che, a volte, è più comodo non averlo questo coraggio. Come la vuoi fare questa vita? Mi sono detta. Eh, me la tengo per me la mia risposta, ma quando siamo convinti di sapere bene che tra il dubbio di inseguire o meno un sogno, sceglieremmo di seguirlo, non lo darei così per scontato. Se quei cassetti che abbiamo abbandonato e ormai non apriamo più potessero parlare…

Torniamo a me, ehm, volevo dire a Gianni.

Il percorso del protagonista si rifugia spesso in una dimensione di solitudine non direi sconosciuta, però a un certo punto sparisce la paura, fino a diventare una catarsi che lo rende capace di sfogarsi in un pianto liberatorio ad ogni vetta raggiunta. La casa, come simbolo di prigione interiore, lascia posto a grandi spazi aperti dove ritrovarsi e ritrovare Lei e mannaggia che non posso dire di più.

Non so se l’orario sia quello giusto, ma anticipo che nel libro non mancano momenti di carnalità a luci rosse, spesso appena accennati ma in ogni caso latenti, degni dei romanzi erotici; però, anche nella sfera dei rapporti occasionali, il rispetto la fa comunque da padrone, aprendo spunti a numerose riflessioni che sono molto attuali nell’ambito dei rapporti uomo-donna dove non sempre regna la chiarezza tra le parti.

Qui invece è tutto spiegato e nulla è lasciato al caso. L’autore romano non è tipo da grandi giri di parole e i sentimenti dei suoi personaggi sono altrettanto chiari. In ogni caso sto Gianni rimane un figo che corre ed insegue il vero amore, ma Caterina (uno dei personaggi femminili) per me è la figa vera di questa storia, perché è il simbolo del coraggio al contrario, quello di saper perdere. Ecco, bisogna saper perdere e lei ci riesce e intanto si avvicina sempre di più alla libertà, alla quale ci si arriva solo dopo essersi scrollati di dosso il senso di colpa, l’invidia, il fallimento amoroso.

Forse la bellezza di questa storia sta proprio nella semplicità, nei pochi colpi di scena: il viaggio di un uomo sulla cinquantina che inciampa su se stesso e non è un super eroe coi super poteri, ma uno di noi, che si interroga e vuole solo essere felice. Na, non è però così banale la questione. L’ho già detto finale inaspettato?

Sono sicura, però, di non aver detto ancora che la solitudine, a cui ci ha abituati l’autore fin dall’inizio, è possibile si risolva in un sentimento opposto di unione collettiva, ma non in quello che può sembrare un semplice legame: c’è molto di più e si deve arrivare fin in fondo per scoprire cosa in questa storia finisce e cosa inizia.

Il momento della consapevolezza coincide con quello dell’addio. L’istante richiede rispetto per ciò che è stato, ha detto in un suo recente Post l’autore. E bisogna arrivare alla fine anche per capire quanto il tempo sia stronzo, così tanto da poter decidere all’improvviso che è troppo tardi o troppo presto. Una goccia di presente immersa nel passato.

A proposito di tempo, quasi dimenticavo di dire la cosa più importante: è un romanzo breve che mi ha fatto lungamente riflettere e mi ha dato uno schiaffo di quelli che non ho capito ancora se facciano bene o male; resta il fatto che mi ha condannato a pensare alla mia vita almeno per i prossimi giorni, però non siamo qui a parlare di me se non come lettrice.

E’ solo che mi dà sempre un piacevole fastidio quando un libro riesce a mettermi immobile sul trampolino della vita dal quale non ho ancora imparato a fare i tuffi nel passato senza il rischio di annegare.

 

Cloe

 

 

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“IL TEMPO: una goccia di presente immersa nel passato” è stato recensito da Cloe Marcian

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