Luigi Giudice si racconta nella sua intervista

"Questo libro è la mia testimonianza di essere stato su questa zolla di terra"

di Cloe
Luigi Giudice

LUIGI GIUDICE, POETA E SCRITTORE, SI RACCONTA NELLA SUA INTERVISTA

 

Prima di scavare sul serio dentro l’anima e le intenzioni di questo autore come mi piace sempre fare, mi pare doveroso dare alcune informazioni base su di lui.

Luigi Giudice è nato a San Giovanni Rotondo (FG) nel 1985 e attualmente insegna Storia e Letteratura Italiana nelle scuole secondarie di secondo grado. Dopo aver vinto vari concorsi di poesia, ha pubblicato una prima raccolta di poesie nel 2011 intitolata “Fra le tue preghiere” presso la Casa Editrice Ed Insieme, e nel 2016 è stato inserito nella raccolta collettiva “Viaggi di Versi” della rivista “Poeti e Poesia” diretta da Elio Pecora.

Il resto sarà proprio lui a svelarlo, almeno spero: è un po’ di tempo che ho a che fare con questo autore ed è uno dei pochi cui è davvero difficile rubare emozioni fuori dalle sue pagine. Introverso, schivo, essenziale. Insomma, ha tutte le caratteristiche dello scrittore che se ci aggiungiamo pure un po’ di riservatezza e sensibilità, ecco che diventa un poeta. Io non ho idea di quale sia la differenza, vediamo se lui mi può dare una mano.

 

Quale delle due frasi senti più tua?  “Lo scrittore Luigi Giudice”  –  “Il poeta Luigi Giudice”

In realtà non mi considero né l’uno né l’altro, dato che non vivo e non guadagno con la scrittura, ma dovendo scegliere fra le due direi “scrittore”.

Sia perché col termine scrittore si potrebbe intendere tutto ciò che è compreso dall’atto dello scrivere, sia perché ora miro e sto lavorando a dei racconti.

   Inoltre mi parrebbe di eccedere in vanità autodefinendomi poeta, nonostante abbia scritto due libri di poesie e altre ne abbia inedite. Non riesco a considerarmi poeta, ma uno che racconta delle cose per le quali, al momento, usa la “forma poetica”.

   Non è un eccesso di modestia, c’è una motivazione concreta: leggo i grandi poeti della letteratura, persone con la capacità di trasformare qualsiasi esperienza della loro vita, dalla più banale (e quindi forse la più difficile) come una capra a quella più importante in Poesia.

I poeti veri sono quelli che sanno sempre esprimersi in versi in maniera universale e hanno la capacità di poter rivivere e far rinascere ogni esperienza in poesia.

   Ecco, questa capacità io credo di non averla. L’uso del termine poeta, per me, al momento è solo un termine di comodo in mancanza di alternativa. 

 


 

Hai pubblicato per la prima volta nel 2011 con “Fra le tue preghiere” edito da Ed Insieme, però adesso voglio parlare del tuo ultimo lavoro “Il cammino delle trentuno pietre” edito da Antipodes editrice. Chi è stata la tua Musa ispiratrice, l’immaginazione o la tua vita reale? 

Per rispondere bisogna tenere conto che le trentuno poesie sono state scritte nell’arco di dieci anni, circa. Direi perciò che vi è un intreccio di entrambe le cose: il punto di partenza per me è sempre la vita reale, esperienze vere vissute da me o da altri che me le hanno raccontate che finiscono poi per essere riscritte attraverso l’immaginazione.

In fondo credo che tutta la letteratura sia un grande lavoro di immaginazione che riscostruisce vicende di vita reale che non per questo diventano meno vere, anzi hanno un’esaltazione di dignità! Ritengo infatti che fra i tanti, il compito più alto della letteratura sia quello di ridare dignità a pezzi di vita che l’hanno persa.

   È quello che cerco di fare anche io con quello che scrivo. Ciò non vuol dire che ci debbano essere per forza i bei finali consolatori alla Disney, anzi. Anche nelle tristezze scritte si può trovare un riscatto dignitoso a un evento reale che non l’ha avuto, fosse solo per il fatto che è rimasto impresso su carta riscattando così la bruttezza che era nella realtà.

   Questo intreccio di realtà e immaginazione è un lavoro in cui si confondono così tanto tra di loro da non riuscire ad essere più distinguibili, né separabili. In fondo non è anche la vita reale, spesso, frutto di immaginazione?

 


 

È costante la presenza di una figura femminile quasi come una sorta di dipendenza. Per te l’amore è dipendenza? E non voglio sapere se sia giusta o sbagliata la dipendenza, personalmente credo che un artista dipenda sempre necessariamente da qualcosa. 

Dici bene, l’artista dipende da qualcosa, o come cantano i Baustelle “che cos’è la vita senza […] una dipendenza?” però vorrei fare un’importante precisazione a monte (anche per superare il cliché dell’artista tormentato): esiste una vitale distinzione fra il me persona reale e il me “poeta” (uso questa parola di comodo per semplificare).

   Spesso si pensa che la persona reale debba per forza coincidere con l’artista. E spesso ancora lo è, ma io ho imparato, per percorsi di vita e lavorativi, che pur restando integri e se stessi sempre, si possa avere, nei confronti dell’amore e delle emozioni, un atteggiamento nella vita e un altro nell’“arte”. Entrambi autentici, ma differenziati nei contesti.

   Con questo voglio dire che il modo di esprimere e gestire l’amore nelle poesie è, e deve necessariamente essere (per me) diverso rispetto alla vita reale: ciò che nella vita reale potrebbe risultare insano e deleterio, come le dipendenze o la confluenza sono invece essenziali nella poesia, la distanziano dalla realtà, la trascrivono e la sublimano.

   Diversamente dalla realtà nei versi posso sfogare tutte le parti più buie e oscure che nella vita non escono, cosi come anche le più luminose. E facendo questo uso lo scrivere poesie come sfogo e autoanalisi personale per buttare fuori tutta la sofferenza e la confluenza che potrebbero rovinare la vita reale. Ottengo come primo risultato catarsi e conforto, come diceva il filosofo.

Ma a livello personale.

   Per passare poi a una poesia pubblicabile, “universale”, ho bisogno di un gran lavoro di riscrittura e rivestitura che modifichi la forma, ma non l’dea. Quindi si, in poesia l’amore è espresso anche come dipendenza e sofferenza.

    Alla vita vera resta ciò che fa gestire le emozioni in maniera sana verso sé stessi e verso gli altri. Qualcuno potrebbe dire che la realtà così sia sterile, io non lo credo, ma per ogni evenienza ecco perché serve la poesia.

   Per quanto riguarda le figure femminili, è vero, abbondano in questo libro e per lo più si tratta di vere figure femminili, figura a cui mi viene facile rivolgermi, reinventata diversamente da quella che è nel reale. Altre volte invece è la trasformazione simbolica di un concetto astratto in qualcosa che deve divenire materiale per poter essere tangibile.

 

 

Ci sono molti riferimenti sensuali, a tratti esplicitamente sessuali, nelle tue poesie. Per esempio hai scelto dei versi molto particolari anche per la voce del booktrailer del tuo libro. Perché tra tutte proprio “Tutto svanisce veloce”? È quella che peraltro chiude la Tua raccolta.

Si, vi sono quei riferimenti perché cerco, per quanto possibile, di esprimere l’alto senza usare la metafisica, senza andare per astratto, o tramite parole auliche (non perché le disprezzi), ma provo a usare termini molto terreni, quasi basici, rifacendomi e parafrasando anche la cultura di trasformazione alchemica e spirituale orientale. La metafora sensuale e sessuale credo sia perfetta per lo scopo.

È una precisa scelta lessicale che mi piace adottare, per ora.

   La poesia “Tutto svanisce veloce” è una di quelle che preferisco, mi piace il suono delle parole e mi sembra adatta a una lettura “pubblica”.

   L’ho scelta come ideale chiusura della raccolta sia perché non ha una vera e propria chiusura totale (termina con un verbo che indica apertura) sia perché non è fra le composizioni più tristi o disperate. Al contrario.

   In più parla anche di un tema che mi è caro: l’idea del tempo e della sua fugacità manifestato materialmente attraverso l’atto sensuale molto terreno, istintivo, così terreno che può diventare spirituale, quasi misterico.

Così come il tempo è un ciclo misterioso e nell’atto del presente è già passato e siamo in un futuro che diviene presente che è già passato e via dicendo, allo stesso modo l’amore e la sua rappresentazione e manifestazione contengono ancora un nucleo misterioso e sbalorditivo, esoterico nonostante la sua ciclicità millenaria e apparente semplicità.

 


 

Ci sono ben 5 poesie che contengono dei numeri non in sequenza all’interno del titolo. Immagino che non rivelerai mai il loro significato, ma io spero nel miracolo. 

Sarò onesto: sono un uomo banale e come tutti gli uomini banali faccio cose banali. Quelle poesie sono senza titolo, ma per non scrivere a tutte “senza titolo” le ho semplicemente numerate progressivamente.

   Quindi nessuno segreto, anche se ora penso me ne inventerò uno per la prossima volta che me lo chiederanno…o forse questa è solo una delle tante versioni che do per questa domanda, decidi tu.

 


 

Rispetto a “Fra le tue preghiere”, una raccolta di versi lievi, delicati, in questa opera nuova ti riproponi con uno stile più incisivo e una maggiore consapevolezza stilistica.  La tua penna ha un tratto notevolmente più marcato, è il riflesso dell’ingresso in un nuovo capitolo della tua vita umana o semplicemente hai maturato una scrittura differente influenzata da particolari studi e letture?

Rileggendolo ora mi accorgo di quanto sia, più che lieve e delicato, ingenuo e immaturo il mio primo libro. Ovviamente ci tengo e lo ritengo valido, ma dovesse uscire oggi lo rimaneggerei un po’.

    Il mio modo di scrivere è cambiato perché sono sempre alla ricerca di un’evoluzione estetica, oltre al fatto che non sono mai completamente contento del risultato che ottengo.

   Penso sempre si possa migliorare e che nulla sia in realtà definitivo, nemmeno una poesia stampata. Mi affascina molto il concetto di “non finito” (che magari è un non finito che finisce).

   Infatti fra le mie opere preferite ci sono le “non finite” di Donatello, Michelangelo, Rodin…

   Probabilmente è mutato anche perché col passare degli anni si cambia: inconsapevolmente o meno, si cambia obbligatoriamente. Penso che le nuove fasi della mia vita abbiano indiscutibilmente influito sulla scrittura.

   Ovviamente poi ho maturato consapevolmente una riflessione stilistica ed estetica su un nuovo modo di scrivere, di esprimere. Un lavoro di assottigliamento e riduzione, di eliminazione del superfluo, lezione appresa da molti grandi artisti come Picasso.

   Sicuramente deriva anche dalle letture o dalle musiche che ascolto (certa musica mi influenza anche più della lettura), ma ciò si inserisce in questa ricerca volta ad ampliare le conoscenze per migliorare e stilizzare il verso, arrivare a scegliere la parola più incisiva, essere anche più crudo, più vero.

   Ovviamente non credo questo sia il risultato massimo, il lavoro continua e prima o poi cambierò ancora. D’altronde tendo, ma non faccio la poesia che voglio, scrivo quella di cui sono capace.

 


 

Hai detto di avere molto a cuore il tema del tempo come entità fugace e già futura nel presente. Ecco, il futuro. Cosa avrai scritto tra altri dieci anni?

Domandone! Non so cosa mangerò a cena, figurati tra dieci anni… però ho delle idee che vorrei saper sviluppare.

   Al momento sto scrivendo dei racconti su vari temi e argomenti che spero finiscano in una raccolta pubblicabile.

   Fra queste idee che mi ronzano in testa c’è una storia in cui affrontare il tema della violenza domestica e l’adolescenza e mi piacerebbe farlo attraverso il realismo magico.

   Fra le altre idee sto pensando anche a un tema per cui ho fatto moltissima ricerca storico-bibliografica e cioè la cristologia, anche se il mio punto di vista è ateo e mitologico.

   Infine c’è il chiodo fisso per un mio grande amore: la fantascienza!

Non lo so…ma fra dieci anni almeno uno di questi spero di averlo completato!

 

 

Il cammino delle trentuno pietre ha viaggiato e sta viaggiando molto. È arrivato in Emilia, a Modena, ad Otranto ed è stato avvistato spesso davanti alle torri pugliesi Lapillo, Del Serpe.

E poi questa Leuca… eh?

 

Eh Leuca… Leuca è la mia casa in realtà.

  Una casa che ho imparato a conoscere e sto ancora imparando ad amare non da subito, in quanto sono cresciuto in Lombardia, dove sento di avere ancora buona parte delle mie radici. 

   Leuca (e il Salento tutto) è una terra che ho dovuto imparare a scoprire. Non sempre è stato facile, ma c’è in corso una ricostruzione di radici dura e faticosa, necessaria per arrivare a una completezza tra passato e presente (ecco il tempo che ritorna) e pacificazione con la terra, terra che assume moltissimi significati, simbolici e non.

Nel libro parlo molto di questo dispiegandolo in varie poesie.

   Leuca è bellissima, oltre alla superficie di turismo usa e getta ha una storia antichissima e affascinante e si presta benissimo ad essere simbolizzata e femminilizzata come ho scritto nel libro, tra l’altro voglio dire in anteprima che a breve uscirà un bellissimo video sulla poesia “Come Leuca tu sei” che verrà recitata da un bravissimo attore: Marco Antonio Romano della compagnia teatrale Témenos recinti teatrali.

Non vi resta che attendere!

   E a proposito di terre diverse: siccome io alterno tra lo stare in Salento e in Emilia Romagna dove insegno, il libro viaggia con me, sempre in una tasca dello zaino; mi piace fotografare e unisco le due cose per fargli un sacco di foto con sfondo storico o paesaggistico. Le foto finiscono poi sui miei social, se volete vederle.

 


 

Questo libro ha bisogno di te come tutti i libri hanno bisogno dell’amore e la cura dei loro padri autori grazie ai quali essi vivono anche oltre i primi mesi di pubblicazione. Però io credo sia più tu ad avere bisogno di lui, mi sbaglio? 

 È una bella cosa su cui riflettere questa, il rapporto tra l’autore e la sua opera.

   In effetti è un bisogno circolare che ci unisce, devo curare la visibilità e la promozione (cosa che fa mirabilmente anche la mia casa editrice Antipodes edizioni) e devo proteggerlo in qualche modo anche se è dato “in pasto al mondo”: un libro di poesie rimane fragile, contiene la parte più intima del suo autore e nel “Cammino delle trentuno pietre” c’è la mia parte più intima. Nel bene e nel male. 

   E per questo lui ha bisogno di me; ma io di lui perché è un pezzo di me dato al mondo ed è ciò che, finora, quando morirò lascerò al mondo, sarà un po’ come il mio lascito. La mia testimonianza di essere stato su questa zolla di terra. Parole sulla terra che diventano terra su cui spero possa nascere qualcosa mentre verranno lette.

 Non posso sapere la fortuna che avrà o non avrà, ma in questo lascito ho delle responsabilità oggi.

 


Grazie Luigi e come dicono dalle tue parti “Meh! Mò leggiamo sto libro”!

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RECENSIONE DEL LIBRO

BOOK TRAILER DE “Il cammino delle trentuno pietre”

 

 

PAGINA FB DI LUIGI GIUDICE

PAGINA FB IL CAMMINO DELLE TRENTUNO PIETRE

 

 

Luigi Giudice è stato intervistato da Cloe Marcian.

www.cloemarcian.com

Per interviste, articoli, recensioni, promozione libri e pubblicità scrivimi a  cloe.marcian@libero.it  ore pasti: cioè sempre.

 

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