Giorgia Sbuelz: “Rock’n’roll è un modo di vivere”. Intervista all’autrice di ‘Non è un paese per rocker’

di Cloe
Giorgia Sbuelz

Giorgia Sbuelz: “Rock’n’roll è un modo di vivere“.

Intervista all’autrice di ‘Non è un paese per rocker’

 

Ciao Giorgia Sbuelz, ci ritroviamo per parlare della tua ultima fatica letteraria “Non è un paese per rocker”, che viene dopo un libro sul Giappone, un fantasy parapsicologico e molte collaborazioni editoriali. Lo possiamo dire: è il libro della maturità?

Diciamo che è andato in stampa dopo una lenta maturazione. “Nippon Shots” è nato d’impulso, da un progetto artistico. E’ un’opera con un’identità unica nel suo genere, perché nasce da una clip video. Per “Due volte Elle”, invece, ho raccolto gli appunti di una storia scritta quando frequentavo l’Università, quindi è stato più un lavoro di riorganizzazione. “Non è un paese per rocker” è nato come romanzo classico, da un’idea di base e da un finale che avevo chiaro in mente. Ho utilizzato una scaletta di più pagine, organizzando scena per scena, cancellando, riscrivendo. Non è stata un’operazione istintiva, anche se le reazioni che suscita lo sono: o lo ami e ti commuovi, o lo detesti. Io l’ho talmente amato che non me ne sarei più voluta separare.

Aspetta… in che senso?

Per la stesura definitiva ho impiegato tre anni, non pochi, culminati poi con il lockdown della prima ondata di pandemia. Insomma, ha avuto tempo di decantare.

Partiamo dal titolo “Non è un paese per rocker”. Perché secondo te?

Per rocker non intendo solo chi si occupa di musica di un certo genere. Rock’n’roll è un modo di vivere.  Prova ad immaginare Elvis e il suo peccaminoso “bacino” e a quanto abbia scosso l’austerità dei costumi dell’epoca. Personaggi come lui contribuiscono da sempre al risveglio culturale. Oggi sei rock se apri la partita iva, se accendi un mutuo, se riesci a sposare una persona del tuo stesso sesso, se te ne infischi delle etichette, se hai il coraggio di inseguire un ideale a dispetto di tutto. Bene, ora pensa a come stiamo messi e domandati se sia realmente possibile. Ho esplicitato il senso del mio titolo nei dialoghi dei protagonisti. Bisogna sempre fare attenzione ai dialoghi.

Ho qui di fronte a me il tuo romanzo “Non è un paese per rocker”. Se è vero che la copertina rappresenta il biglietto da visita di un libro, le aspettative sono buone. Invece del libro, raccontaci la copertina.

Certamente, anche perché in questo caso il romanzo è tutt’uno con la sua copertina, che illustra le premesse della storia narrata. Con l’occasione ringrazio il grafico Gian Mauro Murru per aver colto lo spirito con la scelta di una Fender Vintera 60s con impugnatura mancina e delle ali dispiegate sul retro. Viene da sé che qui si parli di musica, di un contesto rievocato da questo specifico strumento e da chi l’ha suonato. Siamo negli anni ’90 e mentre tutto appare contaminato da un risveglio culturale “che ti mette le ali”, Kurt Cobain si toglie la vita frantumando quell’aspettativa di successo e gloria su cui avevano posato gli occhi tanti giovani talentuosi. Così si apre la storia di “Non è un paese per rocker”: è la storia di cinque giovani promesse del rock italiano e dei loro tentativi per sfondare.

Il romanzo è uno spunto per parlare di musica, ma soprattutto per indagare la fragilità tipica dei giovani che si affacciavano al nuovo millennio. Tu c’eri negli anni ’90, ne sei stata testimone. Cosa ti manca e cosa lasci serenamente andare?”

Diciamo che la mia è una testimonianza a mente fredda. Sono stata un’osservatrice attenta, anche perché non mi era concesso di fare granché: ero un’adolescente, più giovane dei protagonisti narrati. Mi piaceva studiare quei giovani adulti che si affacciavano alla vita pieni di energia e di ideali che mi circondavano a scuola e tra le amicizie. Come molti, rimasi colpita dal suicidio di Cobain, anche se il disagio era palpabile nell’aria. La cosidetta “generazione X” non poteva e non sapeva districarsi tra le false promesse di ricchezza e ostentazione tipiche degli anni ’80. Proprio perché erano false. Cadevano i miti della “famiglia del Mulino Bianco”, crollavano i governi sotto Tangentopoli, e sebbene fossimo vicini agli ideali della rivoluzione culturale del ’68, di fatto non ci apparteneva. Chi eravamo? Chi saremo diventati? L’attività artistica, come la musica, era una risposta per ricostruirsi un’identità. Mi ricordo tante band grintose, che facevano buona musica in piccoli locali, di cui poi si sono perse le tracce. Questo mi manca, la grinta. Il voler essere più del voler apparire. Lascio andare a cuor leggero invece il senso di paura che ci accompagnava in una società dove il bullismo e la violenza erano tollerati, dove le donne avevano ancora meno voce in capitolo. Senza dubbio lascio andare il ricordo di chi si è perso per strada. Magari travolto dalle droghe.

“Ecco, si parla anche dell’uso di droghe nel tuo libro. Come hai affrontato il tema?”

Innanzitutto, vorrei sfatare il mito del “sesso, droga e rock’n’roll”, ovvio che tanti che si sono dedicati alla musica non ne abbiano mai fatto uso. Nel mio libro uno dei protagonisti, Fabrizio, soffre di dipendenze da alcol e stupefacenti. Ma Fabrizio per me è stato solo l’espediente per parlare delle fragilità giovanili. Poteva e può capitare che un ragazzo dalle aspettative brillanti, crolli sotto il peso di una famiglia disfunzionale e manipolatrice. Poteva e può capitare che un ragazzo si senta solo e disorientato, e la trappola è lì a portata di mano. Con questo non voglio giustificare alcuna tossicodipendenza, ma vorrei invece spingere a riflettere. Su uno dei diari che ci passavamo a scuola una volta ho trovato scritto: “un drogato è un malato d’amore” spero quindi di aver affrontato il tema così, con amore e delicatezza.

 

Giorgia Sbuelz

 

 

“A proposito d’amore (gossippiamo), qual è il personaggio che hai amato di più?”

Sono tutte mie creature, per cui li ho amati indistintamente. Posso raccontarti chi mi rappresenta di più e mi viene subito in mente Tommaso. Come lui ho lavorato a lungo e duramente nelle retroguardie. Ho dato contributi decisivi all’operato di altre persone, rimanendo spesso dietro le quinte. Ho creduto che il silenzio e la dedizione alla fine sarebbero stati premiati, ma non è così. Per dirla alla Ligabue, mi stavo costruendo “Una vita da mediano”. Finché ho detto stop. Con questo non intendo che io non creda nel lavoro di squadra, anzi è necessario e continuerò a farlo, ma ho deciso di circondarmi solo di persone generose e di pretendere i giusti riconoscimenti, altrimenti “bye bye so long”.

 

Quale dote deve possedere una persona per colpirti e quale per farti allontanare?

Per riallacciarmi al discorso di prima, credo che la generosità sia una caratteristica sulla quale non posso transigere, se ci si pone in relazione a me. Parlo di generosità d’approccio all’altro: adoro chi non risparmia il tempo da dare, chi dona ascolto, chi aiuta, chi disinteressatamente gode delle vittorie altrui. Per contraltare non lego bene con gli avidi, a cui difficilmente rimango vicina.

 

Dove possiamo trovare il tuo libro?

Per il momento è disponibile sul sito della Resalio al link:

https://www.resalioproduzioni.com/product-page/non-%C3%A8-un-paese-per-rocker 

In formato Kindle e cartaceo su Amazon: https://amzn.to/3hW83NJ

E presto disponibile il cartaceo su piattaforme online e librerie di tutta Italia.

FB di Giorgia Sbuelz

 

Prima di salutarti una curiosità personale: musica italiana o musica straniera?

Buona musica. Di qualsiasi nazionalità purché sia buona. O almeno buona per le mie orecchie!

 

A presto Giorgia Sbuelz , spero davanti a un bianco fresco.

 

Cloe Marcian

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