Recensione del film “Mommy” a cura di Lazar Kaganovich

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RECENSIONE A CURA DI LAZAR KAGANOVICH

 

 

Mommy, 2014. T – 2h 19min – Drammatico – franco/canadese, presentato alla 67ª edizione del Festival di Cannes, ha vinto il Premio della giuria. Non so se mi spiego.
Per farti capire, IMDB gli da 8.1. Xavier Dolan lo ha girato che aveva 24 anni. Enfant prodige, ma di quelli che ne capita uno a generazione.
Tre storie, tre persone, disfunzionali nel Quebec canadese di Justin Trudeau, tutto preso a fare il politically correct. Il film si basa su una legge la S-14 del 2015, varata dal predecessore, Stephen Harper, che prevede la possibilità, per le famiglie in difficoltà economiche, di rinchiudere i figli in istituti correzionali o di “ospitalità”, e le sue conseguenze potenziali. Una copia semiumana dei CPS americani, per capirci. Tutto privato, tutto profitto. Ogni matto, arrivano #isoldi

 

 

Diane ‘Die’ (nome benaugurante) Després (Anne Dorval, in stato di grazia) è alle prese con le vicissitudini di Steve (Antoine Olivier Pilon, straordinario nella sua interpretazione patetica e vera, da vero sedicenne), figlio affetto da ADHD aggravata da disturbo oppositivo provocatorio. Lo recupera dal centro in cui è seguito dopo che lui ha dato fuoco alla mensa, sfregiando un compagno con le fiamme. Reietti, tornano a casa, e instaurano una relazione malsana, in cui Steve, immaturo, vede amore (in ogni senso) solo nella madre, e lei stessa se ne compiace.
Comprimari sono Kyla (Suzanne Clément), vicina per forza, a seguito del marito businessman viaggiatore, e Paul (Patrick Huard), avvocato, innamorato con una certa ingenua tenerezza di Die.

 

Kyla è insegnante di scuola secondaria, ha una figlia adolescente (se guardi il film, ti accorgi che è ovvio sia irrilevante), soffre di balbuzie, e scopriremo poi il perché della sua fragilità; Paul ci prova, ma Steve arginerà ogni suo tentativo, anche quando un avvocato servirebbe, visto che lo sfregiato di cui sopra vuole #isoldi. La relazione tra Die, Steve e Kyla cresce, agganciandoti alla storia, con tratti semierotici ma volutamente smorzati: Dolan è magistrale nel dipingere l’assenza di malizia, l’amour fou di Steve. Percepisci l’amore, appunto folle, disperato, il bisogno uno dell’altro quando sei nella merda, anche con le pazzie del caso.
Ma quello che fa di questo film un capolavoro sono due tratti specifici.

1-La totale assenza di retorica. Non è “Fortunata” di Castellitto (per fare un parallelo), che miiiiiiiinchia lo psicologo bbello. Mo sinnamorano, che ti vien voglia di sputare nel caffè a Castellitto, alla moglie (non la nomino) e ai due protagonisti, ma sei un signore e allora esci a metà del film. Non so se hai capito, quella roba che son 15 anni che il cinema italiano ci ha rotto il cazzo.

2-La GRAMMATICA. L’uso sapiente delle possibilità che il cinema da all’autore per incrementare il senso di ciò che vuole dire
Cominciamo col dire che non c’è (SPOILER ALERT) soluzione. Ognuno fa le sue scelte, libero, più o meno, e non esiste finale… ebbene sì, spoiler alert era uno scherzo. È un film che avrebbe potuto girare Sidney Lumet in un periodo di forte buonumore.

 

Il direttore della fotografia ti ammazza: André Turpin sa dove mettere la macchina da presa, cosa prendere, e come darti l’idea claustrofobica del disturbo mentale, così come della momentanea libertà. La scelta apparentemente folle, MAI VISTA dell’aspect ratio 1:1, quadrato, si disvela nel 16:9 cinematico dei momenti (rari) di felicità. Non è il 4:3 che scelgono gli hipster per darsi un tono. È saper fare cinema. La scena del sogno/desiderio di Die mentre fantastica su una impossibile normalità di Steve è da annali: per tre minuti tu sei di esclusiva proprietà del regista, burattinaio di te, spettatore. Mentre Die immagina, il fuoco sulla ripresa cala, fino a impastarsi. Al contempo il mix audio aumenta progressivamente, raccontando la realtà di una vita vissuta litigando, e amando disperatamente un ragazzo senza futuro. Tutti crescono, senza mai pacificarsi con le proprie scelte.

Permettetemi, in due parole. LA VITA

 

Yours truly, Lazar Kaganovich

Milanese, bolscevico, torturatore per conto di Stalin on line, metallaro e barman nel mondo reale. Il suo intelletto proteiforme lo ha salvato dagli stravizi. Per professione, previene incidenti. Per passione lavora qui, e sul canale YouTube libertàdipensiero-mdn fa interviste, ospita giornalisti ed esponenti politici di ogni orientamento sessuale. Racconta la storia dei grandi eventi del Paese (qui il link: https://www.youtube.com/channel/UCZ2cRAMtFvi2kkxn8y6KVIQ ).

 

www.cloemarcian.com

 

 

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