Recensione di “Jojo Rabbit” il film che ha diviso la critica

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Jojo Rabbit

Jojo Rabbit

 

 

Jojo Rabbit – 2019 di Taika Waititi

 

“Per quanti si dilettano di queste cose, il Ventesimo secolo è stato una cornucopia di paradossi etici e di dilemmi morali al di là di ogni immaginazione” – Alan Moore

Inizia il film e tu non puoi che immedesimarti in Jojo, lo sfigato. Ma neanche evitare di pensare
Angoooooooooooora, i nazisti cattivi e blehblehbleh”. E invece qui il nazismo è un espediente narrativo.

 

L’ESPEDIENTE. Ma bisogna riflettere. Il film è di Taika Waititi, nella tripla veste di regista, sceneggiatore e Hitler. La cosa paradossale è che questo ragazzotto geniale neozelandese ha la distanza sufficiente per non essere coinvolto emotivamente al punto della zoppia, ma abbastanza (madre ebrea askenazita…) da farci
vedere i paradossi dell’Aktion T4 da dentro. Tieni presente che prima aveva fatto Thor Ragnarok, e avevi tutti
i motivi del mondo per non fidarti.

 

Tecnicamente, è un romanzo di formazione. Ma con un fantasmatico e infantile Adolf al posto di Johnny Dorelli, e il nazismo a far da cornice. Così hai la formazione paramilitare al posto della scuola elementare torinese. E invece Jojo diventa tutti noi sfigati del liceo, con la piccola differenza che ha come amico
immaginario un Hitler deficiente e fumatore.

 

Quanto ci hai messo, tu, a capire che non andava come ti eri fissato? Un po’. Ecco, uguale. Solo che a Jojo serve una guerra, in un indefinito nord tedesco. Degli antinazisti impiccati. E Sam Rockwell, nei panni del
Captain Klenzendorf, con le sue fisime (Chiaramente adattatate al momento…) sembra uscito da Full Metal Jacket, e invece… è Rebel Wilson che vuole quella parte. Scarlet Johanson ha imparato a recitare, e c’è voluta la MCU e quindici anni di impegno. Otto pieno.

 

Inevitabile il parallelo del nascondiglio con Anne Frank, ma questa volta Anne esce, risponde, risponde male, sfida, e aiuta inconsapevolmente Jojo a riprendersi la sua vita. Alla facciazza di Adolf, tra l’altro. Ovvio, ‘sta storia del nazismo è frusta, ma per una volta, una, e senza retorica, il bene dà una possibilità al male.
Che poi, male… Jojo è figlio del suo tempo, uno zeitgeist (mai termine fu più adeguato) che richiede coraggio, determinazione e… e niente, coraggio e determinazione. Tutto sta a dove li indirizzi. Tutto sta a capire chi è cattivo. È così che la Anne del momento pian piano si sostituisce a quel cerebroleso di Hitler nel fantasmagorico mondo di Jojo. Hitler che peraltro non starebbe in piedi senza Charlot. Klazendorf che non avrebbe senso senza tutti quelli che “salvati tu”.

Nemmeno di fronte all’irreparabile Jojo sembra capire che le scelte erano sbagliate. Ma c’è Archie Yates nei panni di Yorki (il migliore in campo) che con le sue ovvietà riporta la vita dove doveva stare. Lì.

È un film molto più solido di quanto sembri, anzi, pare irridere la retorica ebraica hollywoodiana antinazista: mentre invece la fa propria, la mangia, la schernisce, e proprio per questo la spoglia delle baggianate che il pubblico ha dovuto subire per decenni. E alla fine non puoi non stare con quel picio che per quasi tutto il film è nazista: sei tu, che eri nazista.

E l’ebrea ti stava pure sulle palle.
Ovvio, non in quanto ebrea. In quanto insopportabile, spocchiosa e bugiarda. Eppure, quando serve…

Per me è un 7.5

 

Lazar Kaganovich

 

 

 

 

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