Con “Vivo & Morto” lo scrittore ‘visivo’ Fabrizio J. Fustinoni chiude un cerchio della sua vita

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Vivo & Morto

Vivo & Morto

 

Con “Vivo & Morto”

lo scrittore ‘visivo’ Fabrizio J. Fustinoni

chiude un cerchio della sua vita

 

Certe parole ieri se l’è prese il vento forte, ma poi ce le ha restituite e una dietro l’altra sono andate a sistemarsi adagio nella mente di chi era presente, in silenzio. Parole gentili. Quel vento di Ponente e sì imponente tanto da aver mosso e smosso riflessioni su quella grande metafora della vita raccontata ferocemente dallo scrittore Fabrizio J. Fustinoni.

Questo maledetto vizio di non mettere mai il soggetto e il contesto alle cose che scrivo. Ebbene: Presentazione del libro “Vivo & Morto” di Fabrizio J. Fustinoni con la conduzione magistrale di Nadia Carbone e Giuseppe Puppo. Spritz, tanto. Il mare come guest star. Mancava solo una barchetta rigirata tra le onde, sulla quale metaforicamente risalire e ripartire, ma qualcuno di noi che ha saputo guardare bene, ha visto anche quella.

Sono passati diciassette anni da quella prima parola posata su un foglio bianco nel 2004, forse di notte, forse di whisky. E non ci è dato sapere dell’attesa che ha scandito il tempo, per tutto questo tempo. Eppure mi piace immaginare che tutti quegli anni di chissà quante e quali evoluzioni e ripensamenti si trovino adesso nelle 400 pagine di “Vivo & Morto” che sono per tutti, per chi sa leggere.

Per chi sa leggere sul serio.

C’era vento ieri alla presentazione, l’ho detto. C’ero persino io. E poi c’eravamo noi, che ci siamo illusi tutto il tempo di essere stati davanti al mare, senza renderci neanche conto che è sempre stato il mare, invece, ad essere davanti a noi e alle nostre fragilità, facce buffe, pensieri e fotografie, ospiti di quella bellezza, di un mare che ieri pareva una biblioteca fatta di tutta la somma delle gocce di sudore dei giorni di Fabrizio passati a scrivere anche per gli altri. Perché lo ha detto lui: siamo tutti un po’ vivi e un po’ morti. Siamo la droga, che sia di felicità o di vizio, siamo la sfera femminile, siamo l’amicizia che ci tiene sempre su e anche l’amore che spesso ci tira giù. Ma Fabrizio ci ha messo ancora di più in questo libro e non l’ho letto tra le righe, l’ho letto nei suoi occhi.

No, non erano gli occhi dell’autore, parlo di quelli di suo figlio che ho guardato per metà del tempo perché io faccio così, non me li faccio i cazzi miei e devo sempre capire da dentro le cose e in quella luce di orgoglio nell’iride di quel ragazzo che guardava Fabrizio ci ho visto più di una semplice storia. Ci ho visto un uomo che ha scritto non solo da scrittore, ma anche da padre che racconta allegoricamente la vita con una responsabilità intrinseca, il suo pezzo di cammino su quel ciglio che abbiamo calpestato anche noi e così faranno le generazioni future. Un suo personalissimo cerchio che probabilmente Fabrizio Fustinoni ha chiuso solo geometricamente, ma che continuerà (e questo non glielo diciamo) a girare all’infinito, perché la pagina più importante di un libro è sempre quella che leggiamo dopo averne chiuso uno: la nostra.

 

Cloe Marcian

 

 

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